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Opera San Francesco per i Poveri
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Dicembre 2016

UNA MATTINA IN AMBULATORIO CON PASQUALE E LIA

Diverse persone sedute nella sala d’aspetto dell’ambulatorio di Opera San Francesco, una mattina come tutte le altre; c’è silenzio, le coppie parlano sottovoce, si percepisce l’ansia di chi aspetta di venire chiamato per ricevere una risposta, una cura, una diagnosi, un po’ di sollievo. Chiediamo se vogliono raccontarci la loro storia. Un uomo alto fa segno di no con la testa, non avrà neanche trent’anni e uno sguardo spaventato; in inglese dice solo che viene dalla Nigeria e no, non vuole parlare, è in attesa di un colloquio con lo psicologo.

Parla invece Pasquale, aspetto curato e modi cortesi, 73 anni, pugliese trapiantato a Milano da quando non ne aveva ancora 15. Ha lavorato per aziende multinazionali, occupandosi di impianti nei paesi arabi; una vita da single la sua, sempre in viaggio, sempre via da casa. E quando è arrivata l’età della pensione ha scoperto che per 28 anni i contributi non sono mai stati versati; adesso prende 628 euro al mese, 350 se ne vanno per affitto e bollette. Pasquale mangia tutti i giorni in mensa ed è venuto in ambulatorio per cercare una cura alla sua sofferenza quotidiana, esito del fuoco di Sant’Antonio: una nevrite cronica e un dolore che non lo abbandona neanche un momento.

La bella signora seduta poco distante non dimostra affatto i suoi 58 anni. Si chiama Lia e arriva dalla Russia, dove ha vissuto per trent’anni e dove ha lasciato i tre figli sposati e i nipotini. E’ originaria della Georgia, è una farmacista, ma qui non è riuscita a trovare nessun impiego e quindi cerca di mettere insieme qualche soldo con la bigiotteria. Indossa collane e bracciali, che fa tintinnare sorridendo, mostra le sue creazioni, oggetti di buon gusto, che porta con disinvoltura. In un italiano un po' stentato – “per parlare devo tradurre prima dal georgiano al russo, e poi dal russo all'italiano” – spiega che è la prima volta che viene in ambulatorio perché non ci vede più bene, e alla sera non riesce più a lavorare, e vorrebbe un paio di occhiali. 

Accanto una coppia, padre e figlia. Sono egiziani, e cristiani. Lei, vent’anni, occhi profondi e sorriso radioso, studia all’istituto tecnico turistico e qualche volta trova lavoro per fare pulizie ed è qui per accompagnare il padre, che alterna l’arabo a un italiano sommesso, quasi sottovoce. Lui è arrivato in Italia otto anni fa e ha trovato impiego come muratore, elettricista, idraulico; tre anni fa l’ha raggiunto il resto della famiglia: la moglie e le quattro figlie di 23, 20, 16 e 8 anni. Abitano in una casa popolare, pagano l’affitto in nero e ora sono stati sfrattati e non sanno dove andare. Non hanno mai sentito parlare della mensa dei poveri e non conoscono gli altri servizi di Opera San Francesco, sono qui consigliati da amici per il dentista, è la quarta volta, lui è tranquillo perché non ha mai sentito male, e sono stati bravi e premurosi con lui.

Stiamo andando via quando si avvicina il nigeriano, ha appena finito il colloquio con la psicologa. Ci ferma, vuole dire qualcosa anche lui. Vive per strada ed è in Italia da quasi due anni, ma non parla la nostra lingua. La dottoressa che lo segue parla inglese e questo appuntamento per lui è molto importante, sta ricevendo un grande conforto, si sente decisamente meglio. Viene volentieri qui, dice, perché ‘Francesco is a good father for me and for everybody here’.

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