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Opera San Francesco per i Poveri
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Luglio 2017

I RICORDI DEL MIO SENEGAL

Scuri di pelle, scuri in volto. Quattro teste sono chine sui vassoi delle pietanze, mangiano silenziosi, pochi gesti e misurati, come ospiti in una casa della quale conoscono appena le regole, e temono di infrangerle. Incontriamo questi giovani senegalesi in Mensa, e non è facile comunicare con loro. Uno solo, 24 anni, parla italiano; un paio non capiscono la nostra lingua ma cercano comunque di esprimersi e chiedono al primo di tradurre, hanno entrambi 22 anni; il quarto, forse coetaneo, resta chiuso in un silenzio doloroso.
Il nostro ‘interprete’, chiamiamolo Issa, è l’unico del gruppo che ha affrontato un viaggio aereo per venire in Italia, chiamato sei anni fa dai suoi genitori che lavorano come ambulanti a Napoli. Il padre è titolare di una bancarella di cappelli, sciarpe e foulard e ha un regolare permesso di soggiorno. Issa ha cominciato a darsi da fare come lavapiatti, come aiuto pulizie, e poi quando non ha trovato più nulla, c’è stata la decisione di partire per Milano, con la speranza di trovare ciò che occorre per vivere. Ma senza soldi nemmeno al dormitorio si può stare, e ora anche Issa è per strada, in attesa che il curriculum preparato assieme al Servizio Sociale di Opera San Francesco lo instradi in quella direzione che ancora non si vede.

E poi gli altri tre: ascoltano, rispondono alle domande. Sono soli, nessuno di loro ha una famiglia in Italia. Sono arrivati col barcone, e la loro è la storia raccontata mille volte, ma ogni volta sembra non sia vera. In Libia c’è l’aut aut, affrontare la morte subito o preferire il barcone, che, si sa, può non essere altro che la scelta di una morte posticipata. Il viaggio è un incubo, e resta sempre addosso la sensazione che possano tornare a prenderti, che non ci sia scampo. E poi le giornate interminabili nei centri di accoglienza, con qualche breve lezione di italiano, la corrente per caricare il cellulare – unico modo per rimanere attaccati alle proprie radici – e qualcosa per lavarsi, per mangiare, per dormire, tra ore e ore passate nel nulla.

"Che facevate ragazzi, in Senegal, al vostro Paese?". Uno studiava scienze agronomiche, uno voleva fare medicina, uno faceva il tappezziere e aveva imparato a fare mobili, l’ultimo studiava economia. Tra di loro parlottano, magari si scambiano qualche informazione che finora non hanno avuto occasione di raccontarsi, forse non avevano mai pensato di poter ricordare anche momenti belli e anche Issa, che ha pazientemente tradotto in italiano le parole del dolore, sembra distrarsi e riprende fitto nella sua lingua. Immaginiamo che ora stia spiegando agli altri quali erano i suoi progetti, quando studiava. Opera San Francesco è anche questo, un posto dove riconoscersi come persone, con bisogni e desideri, tutte uguali, ma una diversa dall’altra.

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Luglio 2017