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Opera San Francesco per i Poveri
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Settembre 2017

DA 23 ANNI OSF È CASA MIA

Fabrizio, sei il cuoco che da anni prepara la cena per gli utenti della Mensa dei Poveri, come è avvenuto il tuo incontro con OSF?
Avevo solo 21 anni quando sono entrato in OSF, dopo la scuola alberghiera è stato il mio primo vero lavoro. Avevo capito subito che lavorare in un ristorante non era la mia strada, mentre il lavoro qui in Mensa mi piace. Ormai sono qui da 23 anni, ho visto tutte le ristrutturazioni della Mensa, l’ingrandimento della cucina e l’inserimento del self service. Prima, chiaramente, era tutto più famigliare, servivamo circa 400 persone. Ora, le grandi quantità, impongono un altro metodo di preparazione dei cibi. Sono 2400 circa le persone alle quali ogni giorno riempiamo la pancia.

Lavorare qui significa avere il polso del bisogno della città, che cosa hai visto in questi anni?
È vero, qui ho assistito a tutte le varie “ondate”: c’è stato il momento della grande affluenza degli albanesi, degli africani, oggi invece, oltre ai profughi di cui tutti parlano, quelli arrivati con i barconi, ci sono anche moltissimi italiani in difficoltà, anche qui in Mensa. Molti stranieri non sanno la lingua, sono giovanissimi, si vede che sono impauriti, i loro sono dei “passaggi invisibili”. Vengono, mangiano ma non dicono una parola, di loro non lasciano traccia.

Dalla Mensa storica di Corso Concordia, andrai ad avviare il lavoro nella nuova Mensa di Piazzale Velasquez, che tipo di servizio sarà quello?

Qui in Concordia già riusciamo a garantire un buon servizio, io dico sempre che se una cosa non è buona, anche se sei povero e hai fame, non la mangi. Qui i vassoi tornano indietro tutti vuoti. E questo mi dà soddisfazione. Non è come lavorare al ristorante, dove chi viene non ha bisogno, non ha fame “davvero”. Qui riempiamo le pance di chi soffre la fame. In Piazzale Velasquez sono stato per una visita esplorativa tempo fa, ho notato subito che è un tipo di servizio diverso: molti meno utenti, meno organizzazione, molti volontari, che lavorano anche in cucina. Io penso che la nuova Mensa sarà una fotocopia in piccolo della storica. Forse un po’ più casalinga e con i volontari maggiormente impiegati ma il sistema vincente adottato finora dovrà essere ripreso. Spero che poi la aprano anche alla sera per aiutare più persone possibili.

Come è lavorare in una mensa per i poveri?
OSF, questa cucina, sono casa mia. Mi trovo bene, da sempre. Quello che faccio non è mai un lavoro ripetitivo, mai uguale. E mi dà molta soddisfazione sapere che è anche merito mio far star meglio queste persone. Quando dico dove lavoro, in molti mi chiedono informazioni, vogliono sapere di più. Dico sempre loro che qui non si spreca nulla, io stesso sto attentissimo a che non si butti niente. È un po’ la filosofia francescana, quella di cucinare cose semplici, buone e fatte bene.
Comunque bisogna vedere con i propri occhi, raccontare serve fino a un certo punto: la fila fuori di persone che hanno fame, il modo in cui li accogliamo, un bisogno primario soddisfatto.

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